emergenza freddo

PROGETTO EMERGENZA FREDDO 2009 /2010 Sensazioni d’inverno:

“…vedo l’entusiasmo delle persone, le serate sempre full d’iscritti, non se ne ha mai a basta di trasportare quei sacchi di rifiuti fuori dalla mensa, non ti stanchi d’ascoltare le difficoltà d’inserimento lavorativo di un ragazzo che lotta per inviare del denaro alla famiglia al suo paese e provi a dargli un suggerimento:
“Guarda, forse quella cooperativa può fare al caso tuo, chiamali lunedì!” Chissà mai che si sblocchi qualcosa: sei lì che ci speri con lui. Speranza oltre l’apparente impotenza.

“Doodle”, il calendario che registra l’iscrizione dei volontari MWENDO. Sono 34 le persone che si sono già iscritte almeno una volta. La lista degli otto volontari serali fa presto a venir completata. Altre persone aspettano di entrare in Doodle e registrarsi. Va bene lo sviluppo dell’associazione, ma qui s’è creato un bagaglio d’esperienza importantee forte d’entusiasmo e di completa partecipazione: abbiamo le persone e le persone ci sanno fare. Idea rivista e punto di partenza per tutto quello che verrà: per onlus, registro e assicurazioni c’è sempre tempo.Il villaggio di Wasa.

L’attività va consolidata e portata avanti, e va sviluppato ogni potenziale contatto. Il progetto Emergenza Freddo finisce tra un mese ma ci sarà dell’altro. Tanta gente la fuori: star con loro, e il cuore si scalda…”.

“…L’esperienza, al di là delle attività e delle mansioni concrete richieste dall’accoglienza, è anche molto coinvolgente dal punto di vista relazionale – ci sono momenti nella serata in cui si scambiano battute o ci si intrattiene con qualcuno dei ragazzi a parlare, spesso in italiano qualche volta in inglese, talvolta con l’aiuto di interpreti improvvisati anch’essi ospiti della struttura. E così l’attività di accoglienza si trasforma in una attività di conoscenza e approfondimento di storie, culture, popoli, e lingue molto diverse dalle nostre, ma con un unico fattore comune – proviamo tutti le stesse emozioni, dalla gioia alla paura, dalla rabbia alla sorpresa, dal disgusto all’aspettativa, in quanto siamo tutti uomini, indipendentemente dalla  nostra provenienza. In queste settimane, abbiamo avuto l’opportunità di conoscere esperienze di vita straordinarie – ragazzi che hanno deciso di lasciare la propria famiglia, la propria casa, la propria terra per scappare da realtà in cui non hanno altra scelta…”

QUATTRO CHIACCHIERE E UNA MELA: INTERVISTA AD UN OSPITE AFGANO DEL PROGETTO EMERGENZA FREDDO

di Dario Dilucia La Perna

Nei tre mesi di intensa attività per il progetto “emergenza freddo”, abbiamo conosciuto molti ragazzi ed ascoltato molte storie. Così ci siamo chiesti se non fosse il caso di raccontarne alcune anche a voi. E’ così che mi accingo a raccontarvi la storia di un ragazzo afgano di cui non faccio il nome perché preferisce rimanere nell’anonimato.
Ascoltando le sue parole c’è da comprenderlo. Di seguito sarà Abdul il protagonista della storia. Era una sera di fine marzo quando gli chiesi se avesse voluto raccontarmi la sua storia, insomma capire qualcosa di più di lui: da dove veniva, quando era arrivato in Italia, le sue difficoltà, la sua famiglia in Afghanistan. Abdul ha accettato con pacato entusiasmo – è un ragazzo molto timido che non parla bene l’italiano, però ci si capisce in qualche modo. Mi renderò conto solo alla fine che, probabilmente per un senso di rispetto nei miei confronti, teneva in mano una mela che ha iniziato a mangiare soltanto alla fine della lunga chiacchierata. La chiacchierata è molto informale, non c’è nessuna scaletta e i racconti vengono fuori spontanei. A dire il vero, non sapendo bene parlare l’italiano, spesso si ritornava su argomenti già introdotti per approfondire e capirsi meglio.

Abdulè nato a Kabul, ha circa 30 anni. La sua famiglia è di origine Farsi, una delle tante etnie presenti in Afghanistan. La sua vita e quella della sua famiglia è radicalmente cambiata dopo l’ottobre 2001 quando gli Stati Uniti hanno attaccato l’Afghanistan. Da allora hanno vissuto lunghi anni in un villaggio nei pressi di Kabul senza potersi fidare di nessuno. Accenna a violenze e raid sia da parte dei talebani sia da parte delle truppe americane. La situazione è talmente precaria e pericolosa che Abdul un giorno decide di lasciare la sua terra e la sua famiglia in cerca di un posto migliore dove vivere. Inizia così il suo lungo viaggio. Abdul parte dall’Afghanistan circa un anno e mezzo fa insieme ad un gruppo di ragazzi a cui è stato promesso di raggiungere “in sicurezza” l’Europa. Ciascuno deve versare una ingente somma di denaro nelle tasche di un uomo che gli promette di avere agganci ad ogni valico di frontiera fino alla Grecia. Così è. Dopo l’Afghanistan, entrano agevolmente in Iran, lo attraversano e giungono dopo 3 mesi in Turchia. Abdul sa parlare soltanto afgano, così negli spostamenti in Iran e Turchia deve assistere senza capire una parola a tutte le trattative di gente a lui sconosciuta per far passare lui e i suoi ormai amici da un paese all’altro. Dopo aver attraversato la Turchia arrivano finalmente in Grecia. Qui Abdul viene trovato senza documenti dalla polizia e trasferito presso un centro di detenzione temporanea. Ci rimane 6 lunghissimi mesi. Tuttavia, non racconta molto di questa sua esperienza. Abdul viene rilasciato senza che gli venga riconosciuto lo stato di rifugiato politico che gli consentirebbe di rimanere in Grecia regolarmente ed iniziare a cercarsi una occupazione. Ora è in Grecia come “clandestino”. E’ curioso come delle volte risulti più importante la denominazione dello stato di una persona, rispetto alla persona stessa. Il termine “clandestino” viene assimilato dall’opinione pubblica alla stregua di un criminale. Così Abdul, per l’opinione pubblica, è un criminale, o quasi. A parlarci insieme e a vederlo seduto davanti a me, viene da sorridere alla sola idea che lo possa essere. Forse la parola “clandestino” andrebbe sostituita con il termine “immigrato irregolare”, preserverebbe quantomeno la dignità della persona. Abdul cerca quindi fortuna in Italia. Il racconto del suo viaggio è davvero scioccante. Tramite un uomo, sconosciuto anch’egli, riesce ad unirsi ad un gruppo di 4 persone che vogliono raggiungere l’Italia via nave dal porto di Patrasso. La sera della partenza Abdul e i suoi nuovi compagni di viaggio vengono fatti salire su un furgoncino che trasporta casse di frutta. Quando la macchina si avvicina al porto, si ferma e scende il guidatore intimando ai 5 ragazzi di nascondersi tra le casse di frutta perché ormai l’accesso al porto è vicino. I controlli sono molto severi. Patrasso è il porto da cui partono irregolarmente verso l’Italia centinaia di immigrati che provengono dall’Afghanistan. La macchina passa i controlli senza difficoltà ed entra nella pancia della nave. Il guidatore esce dal furgoncino e lo chiude a chiave. Intorno a loro si sentono i rumori delle altre macchine che entrano nella nave fino all’ultima dopo la quale cala il silenzio. Abdul e i suoi amici sanno bene però che devono stare ancora molto attenti. Sono infatti presenti sulla nave numerosi poliziotti con cani addestrati che circolano tra le macchine per scovare gli immigrati. Mi racconta dei momenti di paura quando uno di loro con il cane al seguito si è avvicinato al loro furgoncino. La pila illumina a giorno l’interno del furgone. Quello che si vede da fuori sono soltanto casse di frutta. Dentro ci sono invece 5 ragazzi disperati che cercano di stare immobili e trattenere il respiro più che possono. Improvvisamente la luce svanisce. Segno che non si sono accorti di nulla. Dopo il lunghissimo viaggio, arrivano a Brindisi la mattina dopo, e riescono a superare anche gli ultimi controlli. Scendono esausti dal furgoncino, ma felici di avercela fatta. Abdul è ora in Italia come “clandestino” – si trova al porto di Brindisi senza soldi, senza conoscere l’italiano e senza conoscere nessuno. In queste situazioni è fondamentale la solidarietà reciproca degli immigrati. Così un ragazzo afgano, lui in Italia da qualche anno, generosamente gli da un biglietto del treno per la Sicilia e gli da un contatto di un prete che accoglie ragazzi che hanno bisogno di assistenza. Abdul non ci pensa due volte, sale sul treno e arriva in Sicilia. Qui riesce ad ottenere finalmente lo stato di rifugiato politico. Improvvisamente, Abdul non è più un “clandestino” pericoloso. La chiesa dove risiede il prete gli fornisce una stanza e dei pasti caldi. Abdul nel giro di poco inizia a lavorare – raccoglie pomodori con uno stipendio da fame. A fine 2009 il lavoro inizia a scarseggiare, così decide di trasferirsi a Milano a febbraio 2010. Gli dicono, infatti, che a Milano c’è molto più lavoro. Così arriva alla stazione centrale, si reca al centro di ascolto il quale gli assegna la sistemazione della sede di Centesimus Annus. E’ passato poco più di un mese da quando è arrivato a Milano. Ancora non ha trovato lavoro. Dopo il 31 marzo, Abdul ha dovuto lasciare la sede come tutti gli altri. Pensava di cercare lavoro ancora per un po’ a Milano, e se non lo trovava sarebbe tornato ancora in Sicilia nella speranza che ci fosse qualche opportunità in più. Se non altro, in Sicilia potrà dormire sotto un tetto tutte le notti ed avere qualche pasto caldo.

Questa è una storia come se ne possono raccontare tante di ragazzi stranieri che, perdendo tutto nella loro patria (sicurezza, lavoro, famiglia) cercano coraggiosamente una vita migliore da qualsiasi altra parte. Intraprendono viaggi in cui non esistono certezze, passando dallo stato di “clandestini” a quelli di rifugiati politici come se si stesse parlando di persone diverse. L’aspetto, a mio avviso, più grave è che nessuno racconta queste storie. Anzi, vengono raccontate soltanto le storie negative in cui sono implicati immigrati “clandestini” alimentando l’intolleranza e l’indifferenza. Forse se ci fosse più qualità nella comunicazione mediatica, se ci fosse meno demagogia e retorica da bar nei talk show televisivi, le persone che vivono tutti giorni con  molte più certezze di quante ne ha Abdul, ascoltando storie come questa, inizierebbero ad apprezzarne il coraggio e il forte spirito di rivalsa che anima molti di loro. E forse inizierebbero anche ad accettarli, approdo fondamentale per qualsiasi tipo di integrazione.

 

STORIA DI UN RAGAZZO CHE HA IMPARATO A SOGNARE

di Donata Annovi

E’ stata una chiacchierata particolare quella con Giuseppe (lo chiamerò così nel rispetto della sua privacy)…da un semplice scambio di opinioni sulla giornata (“Ehy, ciao, com’è andata oggi?) ne è sorto un più profondo incontro che ha dimostrato quanto è ancora possibile e bello fidarsi delle altre persone…
Giuseppe è un ragazzo giovane che ha imparato presto a capire che cosa significa “prendersi cura della propria famiglia”…nato in un paesino dell’entroterra campano da una donna che molto giovane ha dovuto imparare e fare la madre, da sola. Legata ad un uomo che non ha mai saputo dare amore ai suoi cari e ad una famiglia per la quale “le apparenze” contano più di qualsiasi altra cosa.
E’ in questo ambiente che Giuseppe ha conosciuto i primi amici, è andato a scuola, a vissuto le prime esperienze e si è confrontato quotidianamente con “il suo problema”…questo suo problema fisico è un qualcosa che tuttora lo influenza in una maniera totalizzante. Ha sempre avuto oggettive difficoltà a relazionarsi con gli altri dovute, tra le altre cose, all’incapacità di accettare, in prima persona, il suo handicap fisico…e quindi, di conseguenza, a parlarne tranquillamente con le altre persone.
Non potendo riconoscere nel padre una guida ed un esempio – e dovendo prendere sulle sue spalle la responsabilità della sua famiglia – le scelte che ha compiuto sono state dettate, molte volte, non dalla maturità dell’esperienza, ma dall’impulsività, la temerarietà e la “voglia di rischiare” che caratterizzano gli adolescenti…
Per fortuna, però, Giuseppe ora ha deciso di “prendere la sua vita in mano” ed affrontare con responsabilità e coraggio il “suo problema” e le conseguenze che sono da esso scaturite. Come lui stesso afferma, questa decisione è frutto di un incontro…ma in realtà neanche lui sa spiegarsi con chi o come…un incontro con se stesso, con una persona che ha avuto la voglia di ascoltarlo, con un Amico, con una persona che l’ha guardato con sincerità e fiducia ed in cui lui ha potuto specchiarsi….o forse tutte queste figure messe insieme.
Giuseppe ha fissato un appuntamento con uno specialista per cercare di dare una soluzione al problema; inoltre, vuole fidarsi degli altri  – e con me è stato così -e cercare, con determinazione, di instaurare rapporti veri e sinceri…per un periodo deve stare lontano dalla sua famiglia per riscoprire il “vero ed autentico Giuseppe” …questo gli costa, ma ha capito che per ora è la decisione più giusta. Ha cercato un lavoro serio: probabilmente ha trovato un’opportunità come cameriere…
Ed allora “In bocca al lupo” Giuseppe per l’importante svolta che stai dando alla tua vita! E l’augurio più sincero e vero che ti possiamo fare è questo: “Pole pole ‘ndio MWENDO….”
 

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